È innegabile
che oggi si assiste nella scuola ad una generalizzata e consapevole voglia di cambiamento,
di innovazione, dettata anche dalla necessità di adeguamento a modelli mutuati
da altri paesi. L’innovazione scolastica è naturalmente legata anche
all’introduzione di nuovi strumenti e di nuove tecnologie. Sì, perché, di
fatto, quando si parla di innovazione, oltre che alla didattica, al ‘che cosa’
di un insegnare e di un apprendere che si esplicitano entro molteplici modelli,
ci si riferisce anche al ‘con che cosa’ insegnare e apprendere, cioè agli
strumenti utili all’insegnamento. Ci si aspetta oggi un
cambiamento serio e motivato, forse un po’ più strutturato rispetto ai timidi tentativi,
che risalgono alla metà degli anni ottanta (ci riferiamo qui al Piano Nazionale
Informatica che innescò la miccia in termini di tecnologia a scuola).
Fino a
qualche tempo fa le scuole che hanno avuto la possibilità di possedere dei computer
sono state considerate all’avanguardia; sporadicamente (a seconda dei livelli
scolari) si sono visti dei veri e propri laboratori attrezzati ad ospitare
esperienze di gruppo, più spesso il computer era una realtà isolata, riferita
ad un alunno in particolare, quello ‘disabile’. Si trattava di un’esperienza
che coinvolgeva, di solito, due persone, l’alunno e il docente di sostegno, in
un determinato tempo e in un determinato luogo: le ore di sostegno generalmente
fuori dalla classe. Era proprio l’insegnante che vedeva nella tecnologia (pur
nei suoi limiti) un possibile valore aggiunto che ne giustificava l’utilizzo,
una possibilità in più, una serie di vantaggi con un unico obiettivo, quello di
valorizzare la persona e le sue anche minime capacità, e di ottimizzare
l’apprendimento nei tempi del recupero con l’auspicio di ottenere ‘ricadute’
educative significative in tutto il contesto scolastico. Utilizzare il computer
in tale ambito, significava consentire tempi e modalità di apprendimento ‘ad
hoc’, strutturare dei veri e propri percorsi individualizzati, che raramente
creavano occasioni di inclusione nei percorsi del gruppo-classe.
Oggi
grazie al ‘Programma di sviluppo delle tecnologie didattiche’, si intravede un
immediato futuro in cui tutte le scuole italiane disporranno di aule
informatiche dotate di elaboratori dell’ultima generazione. Sarà questa
l’occasione per ‘vedere’ diversamente l’attività di recupero, basata finalmente
sull’idea di inclusione o ‘integrazione totale’ dei soggetti che presentano
difficoltà, nel gruppo-classe, con l’auspicio di arrivare ad un momento comune
in cui le attività loro destinate saranno contestuali e non soltanto parallele a tutto il gruppo.
L’introduzione
massiccia della tecnologia nella scuola e, in particolare, l’entrata (repentina
e tutt’altro che ‘soft’) del computer nella didattica offre lo spunto per
discutere su come fare del computer un uso didattico efficace. Imparare ad
usarlo come strumento non basta (forse non è neppure assolutamente
indispensabile!), bisogna oltre ad usarlo capirne le potenzialità educative, imparare
a subordinare l’aspetto tecnologico (tra l’altro in continua evoluzione)
all’aspetto funzionale. Educare ‘al computer’ quindi sì, ma soprattutto in funzione
di riuscire ad educare ‘con il computer’, per migliorare la didattica e così
migliorare l’apprendimento. In questo anche l’approccio del docente può essere
duplice: l’approccio prevalentemente tecnologico e l’approccio prevalentemente
didattico. Il primo, quello dell’insegnante che impara ad utilizzare lo
strumento con buoni risultati, ma che rimane molto ancorato al mezzo, agli
aspetti tecnologici, senza volontà di approfondire più di tanto gli aspetti
didattici. Il secondo, quello dell’insegnante che concentra l’attenzione su di
un uso operativo di alcuni programmi (magari scrivendosi su di un blocco per
appunti le istruzioni per l’uso). Da semplice operatore, questo tipo di
insegnante non di rado arriva anche a programmare, ma successivamente, in
funzione di un’idea educativa; quest’ultimo, più pragmatico si è spesso dimostrato
l’approccio vincente e, in questo caso, ‘educare con il computer’ viene prima
di ‘educare all’uso del computer’.
Non è
facile distinguere a priori, il discorso è strettamente correlato,
difficilmente scindibile in ambiti separati, ma ad una differenza
apparentemente molto sottile corrisponde spesso una differenza di approccio
educativo non altrettanto insignificante. Si può utilizzare il computer per
‘scoprire’ il computer, le sue potenzialità ed i suoi limiti; dunque educare
con il computer all’uso del computer. Ma si può fare tranquillamente l’inverso. Il computer è un mezzo
che può contribuire ad apprendere più rapidamente. Per ogni livello scolare si possono
‘inventare’ occasioni di apprendimento contestualizzate, che possono
verificarsi in ambiente ludico, esercitativo, di simulazione, di valutazione,
ecc. Certo le cose cambiano a seconda di ‘quanti’ sono i computer e di dove
essi sono collocati. La realtà in evoluzione e certamente meglio sfruttabile è
la classe-laboratorio con un certo numero di macchine, variabile, tale comunque
da instaurare un rapporto alunni/computer non inferiore a 2-3:1. In tale
situazione è possibile organizzare degli interventi educativi più strutturati e
conformi alla programmazione didattica. Anche l’alunno disabile, nel
laboratorio, insieme a due o tre compagni, può svolgere un compito che richiede
particolare attenzione o semplicemente tempo di esecuzione, che in situazioni
di apprendimento tradizionale si esaurirebbero rapidamente. In questo scenario
educativo, dominato dall’introduzione del computer, nuovo mezzo per eccellenza,
parlare di innovazione scolastica significa ragionare su ‘come’ utilizzare al meglio
tale ausilio (le funzioni ed i contenuti) e ragionare su ‘chi’ può trarne
beneficio (i protagonisti, alunni e docenti), ed individuare le possibili
occasioni educative.
Il
computer può avere una serie di funzioni, collegate al software che viene utilizzato
da un lato, e da chi lo sta usando dall’altro. Se usato per imparare, il
computer assume una funzione didattica; l’elaboratore, infatti, in questo caso
‘media’ dei contenuti, favorendo l’apprendimento.
Fonte:
Lucia Ferlino - Istituto delle Tecnologie Didattiche, Genova
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