sabato 11 gennaio 2014

Educare al e con il computer

È innegabile che oggi si assiste nella scuola ad una generalizzata e consapevole voglia di cambiamento, di innovazione, dettata anche dalla necessità di adeguamento a modelli mutuati da altri paesi. L’innovazione scolastica è naturalmente legata anche all’introduzione di nuovi strumenti e di nuove tecnologie. Sì, perché, di fatto, quando si parla di innovazione, oltre che alla didattica, al ‘che cosa’ di un insegnare e di un apprendere che si esplicitano entro molteplici modelli, ci si riferisce anche al ‘con che cosa’ insegnare e apprendere, cioè agli strumenti utili all’insegnamento. Ci si aspetta oggi un cambiamento serio e motivato, forse un po’ più strutturato rispetto ai timidi tentativi, che risalgono alla metà degli anni ottanta (ci riferiamo qui al Piano Nazionale Informatica che innescò la miccia in termini di tecnologia a scuola).

Fino a qualche tempo fa le scuole che hanno avuto la possibilità di possedere dei computer sono state considerate all’avanguardia; sporadicamente (a seconda dei livelli scolari) si sono visti dei veri e propri laboratori attrezzati ad ospitare esperienze di gruppo, più spesso il computer era una realtà isolata, riferita ad un alunno in particolare, quello ‘disabile’. Si trattava di un’esperienza che coinvolgeva, di solito, due persone, l’alunno e il docente di sostegno, in un determinato tempo e in un determinato luogo: le ore di sostegno generalmente fuori dalla classe. Era proprio l’insegnante che vedeva nella tecnologia (pur nei suoi limiti) un possibile valore aggiunto che ne giustificava l’utilizzo, una possibilità in più, una serie di vantaggi con un unico obiettivo, quello di valorizzare la persona e le sue anche minime capacità, e di ottimizzare l’apprendimento nei tempi del recupero con l’auspicio di ottenere ‘ricadute’ educative significative in tutto il contesto scolastico. Utilizzare il computer in tale ambito, significava consentire tempi e modalità di apprendimento ‘ad hoc’, strutturare dei veri e propri percorsi individualizzati, che raramente creavano occasioni di inclusione nei percorsi del gruppo-classe.

Oggi grazie al ‘Programma di sviluppo delle tecnologie didattiche’, si intravede un immediato futuro in cui tutte le scuole italiane disporranno di aule informatiche dotate di elaboratori dell’ultima generazione. Sarà questa l’occasione per ‘vedere’ diversamente l’attività di recupero, basata finalmente sull’idea di inclusione o ‘integrazione totale’ dei soggetti che presentano difficoltà, nel gruppo-classe, con l’auspicio di arrivare ad un momento comune in cui le attività loro destinate saranno contestuali e non soltanto parallele a tutto il gruppo.

L’introduzione massiccia della tecnologia nella scuola e, in particolare, l’entrata (repentina e tutt’altro che ‘soft’) del computer nella didattica offre lo spunto per discutere su come fare del computer un uso didattico efficace. Imparare ad usarlo come strumento non basta (forse non è neppure assolutamente indispensabile!), bisogna oltre ad usarlo capirne le potenzialità educative, imparare a subordinare l’aspetto tecnologico (tra l’altro in continua evoluzione) all’aspetto funzionale. Educare ‘al computer’ quindi sì, ma soprattutto in funzione di riuscire ad educare ‘con il computer’, per migliorare la didattica e così migliorare l’apprendimento. In questo anche l’approccio del docente può essere duplice: l’approccio prevalentemente tecnologico e l’approccio prevalentemente didattico. Il primo, quello dell’insegnante che impara ad utilizzare lo strumento con buoni risultati, ma che rimane molto ancorato al mezzo, agli aspetti tecnologici, senza volontà di approfondire più di tanto gli aspetti didattici. Il secondo, quello dell’insegnante che concentra l’attenzione su di un uso operativo di alcuni programmi (magari scrivendosi su di un blocco per appunti le istruzioni per l’uso). Da semplice operatore, questo tipo di insegnante non di rado arriva anche a programmare, ma successivamente, in funzione di un’idea educativa; quest’ultimo, più pragmatico si è spesso dimostrato l’approccio vincente e, in questo caso, ‘educare con il computer’ viene prima di ‘educare all’uso del computer’.

Non è facile distinguere a priori, il discorso è strettamente correlato, difficilmente scindibile in ambiti separati, ma ad una differenza apparentemente molto sottile corrisponde spesso una differenza di approccio educativo non altrettanto insignificante. Si può utilizzare il computer per ‘scoprire’ il computer, le sue potenzialità ed i suoi limiti; dunque educare con il computer all’uso del computer. Ma si può fare tranquillamente l’inverso. Il computer è un mezzo che può contribuire ad apprendere più rapidamente. Per ogni livello scolare si possono ‘inventare’ occasioni di apprendimento contestualizzate, che possono verificarsi in ambiente ludico, esercitativo, di simulazione, di valutazione, ecc. Certo le cose cambiano a seconda di ‘quanti’ sono i computer e di dove essi sono collocati. La realtà in evoluzione e certamente meglio sfruttabile è la classe-laboratorio con un certo numero di macchine, variabile, tale comunque da instaurare un rapporto alunni/computer non inferiore a 2-3:1. In tale situazione è possibile organizzare degli interventi educativi più strutturati e conformi alla programmazione didattica. Anche l’alunno disabile, nel laboratorio, insieme a due o tre compagni, può svolgere un compito che richiede particolare attenzione o semplicemente tempo di esecuzione, che in situazioni di apprendimento tradizionale si esaurirebbero rapidamente. In questo scenario educativo, dominato dall’introduzione del computer, nuovo mezzo per eccellenza, parlare di innovazione scolastica significa ragionare su ‘come’ utilizzare al meglio tale ausilio (le funzioni ed i contenuti) e ragionare su ‘chi’ può trarne beneficio (i protagonisti, alunni e docenti), ed individuare le possibili occasioni educative.

Il computer può avere una serie di funzioni, collegate al software che viene utilizzato da un lato, e da chi lo sta usando dall’altro. Se usato per imparare, il computer assume una funzione didattica; l’elaboratore, infatti, in questo caso ‘media’ dei contenuti, favorendo l’apprendimento.

Fonte: Lucia Ferlino - Istituto delle Tecnologie Didattiche, Genova

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